Il hanko
- ISN LAB
- 5 nov
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In Giappone firmare non significa scrivere, ma imprimere.
Il hanko 判子, timbro personale usato per siglare contratti, documenti e decisioni aziendali, resta ancora oggi parte della quotidianità professionale. Risale al periodo Nara, quando venne introdotto dalla Cina come strumento ufficiale di autenticazione.
Ne esistono diversi tipi: jitsuin 実印, registrato presso il comune ed utilizzati per atti legali e contratti importanti; ginkōin 銀行印per operazioni bancarie; mitomein 認印per uso informale o non legale, come la ricezione di pacchi o per documenti aziendali interni.
Durante la pandemia, questa pratica è divenuta oggetto di dibattito e la necessità di essere presenti fisicamente per apporre il timbro ne ha messo in luce i limiti. Il governo giapponese ha iniziato nel 2020 a ridurne l’obbligo: l’elenco di circa 15000 procedure che richiedono sigilli registrati è stato ridotto a circa 80, muovendosi sempre di più verso processi digitali.
Nonostante questi cambiamenti, la digitalizzazione completa incontra delle resistenze, molti restano legati all’hanko per il suo valore culturale e per la percezione di autenticità legale. Nascono così soluzioni ibride: servizi di hanko digitali offerti dall’azienda Shachihata che riproducono l’aspetto dei timbri tradizionali, integrando però crittografia e sistemi di verifica dell’identità.
Queste innovazioni dimostrano che, pur evolvendosi, il valore simbolico dell’hanko non sarà facilmente sostituito.
Parleremo proprio di questi snodi culturali al “Negoziare con i Mercati Asiatici” del 25 novembre 2025: casi reali, strumenti per negoziare con partner giapponesi senza fraintendimenti.
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(Testo a cura di Roberta Nardi, con la supervisione di Flavia Milesi)

